John Martyn | Bianca Luna Blues

Marco Fumagalli
Gong Vol III #1
John Martyn
Bianca Luna Blues

pictureSiamo nel 1976, e qualcuno sostiene che dovremmo «riscoprire» John Martyn: a tanto siamo arrivati, dopo otto anni di musica lanciata con regolarità terribile dagli studi Island, mentre «certa» stampa portava alle stelle Lindisfarne e Amazing Blondel... eppure anche queste incongruenze surreali fanno parte del bagaglio inesauribile di uno show-biz sottoculturato come il nostro, incapace di rischiare musica vera quando le classifiche anglosassoni tacciono e i Focus della situazione imperversano...

John Martyn non va riscoperto, forse, ma accolto con tutti gli onori nel regno della nostra musica: se è vero che tutto il suo lavoro, da quello targato 1968 fino a Sunday's Child è un invito splendido a fermare il tempo e ad ubriacarsi di pura cristallina emozione sonora, calore immenso e suono piacevolmente fresco, fermate qui la vostra ricerca di un nuovo grande cantautore americano e godete la quieta follia di questo scozzese, Glasgow classe 1949...

La prima cosa che colpisce, nella biografia di John, è il suo approccio al mondo della musica suonata. Hamish Imlach, un folksinger qualsiasi, gli insegna i primi accordi di chitarra a 17 anni; trasferimento a Londra, amicizia con Bert Jansch e tre mesi dopo London Conversation, il primo album. Oh, d'accordo, i ragazzi prodigio... eppure si tratta di una prova degnissima, pur nell'immaginabile fragilità della struttura di fondo, nella rigidità con cui le formule del folksong vengono riproposte. Ma le luci sono già accese (Back To Stay e soprattutto Rolling Home, con la chitarra che rotea e manda segnali cifrati).

The Tumbler, solo un anno più tardi, è un ulteriore passo sulla via di una maturità artistica che nel caso di Martyn appare quasi innata, non ricercata o costruita con particolari artifici ma sbocco naturale di una sensibilità semplice e ricchissima. L'organico si allarga, e compare Harold McNair al flauto: chi lo ricorda, Harold morto di cancro al cervello cinque anni fa dopo averci lasciato tante piccole stupende gemme, a partire dai deliziosi climi jazzy di The Fence... The Tumbler scorre anche oggi sul giradischi in tutto il suo fascino, la voce è delicata e lascia spazio al pensiero - fantasia, la chitarra corre a piedi scalzi tra mille combinazioni di arpeggi, misura e istintiva capacità di cogliere la giusta dimensione di ogni spunto sonoro. McNair si adegua con sensibilità dolce, femminile, all'universo emotivo di Martyn: e i risultati sono i duetti irresistibili di Dusty e Sing A Song Of Summer, lievi contrappunti di insospettato potere cromatico.

John Martyn non è certo un folksinger, qui appare chiaro: qualcosa del suono tradizionale GB gli ronza in testa, qualcosa di ancora eterogeneo che va dalle filastrocche di Knuckledy Crunch And Slippledee-Slee Song ai meravigliosi echi celtici di Seven Black Roses. Ma si tratta solo di un ricordo, di un feeling ancestrale che ritorna alle labbra in qualche rigurgito di stampo scolastico. John non è un ricercatore, solo un timido liceale con occhi spalancati e intuizioni di armonie certo non prodotte razionalmente (ascoltare A Day At The Sea, The River, Fly On Home per capire): la chiave del suono è in questa magica sintonia voce-chitarra, una corrente vibrazionale che si stabilisce in un attimo per esplodere silenziosamente, fascino sottile ed irresistibile.

John Martyn ha solo vent'anni quando incontra Beverley, sua imminente moglie, in un college di Chelsea: fanciulla fragile dall'aria sottile, viziata dai produttori, che le avevano programmato un piccolo tour americano. Corrente di energia immediata, qualche pezzo insieme, un matrimonio a New York: e un altro disco, Stormbringer, inciso insieme a Woodstock (siamo nel '69, è ovvio) con gente come Levon Helm, Billy Mundi, Paul Harris, Harvey Brooks, John Simon. Album registrato in una settimana, e questo spaurito biondino veniva dal vecchio continente a dire la sua parola sul country rock, proprio sulle colline di NY... Go Out And Get It avrebbe sicuramente fatto impallidire di rabbia il Mick Jagger Beggar's Banquet infatuato di country, Sweet Honesty arrotola melodie e ricami d'armonica con nashvilliana naturalezza... peccato che Beverley finisca per rappresentare il «punto morto» della situazione, amore per il cesello e il tardobarocco, orchestrazioni d'archi che falsano completamente la semplice dimensionalità acustica del suono. Stormbringer è comunque un indice davvero notevole della versatilità di Martyn; l'idea di introdurre una batteria come sostegno ritmico ad una tessitura acustica, la capacità di sintonizzarsi senza alcuna fatica sulla lunghezza d'onda del suolo su cui l'album prende forma. Would You Believe Me e la sorridente John The Baptist sono i due punti focali di questa discreta metamorfosi, con le onde dell'Atlantico e le praterie senza fine adocchiate per la prima volta. Accettare le novità, questa è la traccia: ma con una consapevolezza di fondo, un'immagine del risultato sonoro già delineata nella mente.

Anche se in patria -incredibile ma vero- nessun giullare della «stampa specializzata» ha deciso di accogliere sotto le sue ali questo tiepido chitarrista di belle speranze: d'altronde stiamo entrando nei rutilanti anni '70, perbacco, e David Bowie prende lezioni di maquillage alla scuola serale per acconciatrici di Wolverhampton...

Road To Ruin, 1970, nasce da un curioso intreccio di aspirazioni di suono nuovo, incomprensioni, ruoli non vissuti con totale convinzione. «Joe Boyd, il produttore, si disinteressava completamente del nostro lavoro: ed a volte riusciva anche ad ostacolarlo. Finiva per risentirne proprio l'elemento a cui davo più importanza nella realizzazione di un disco: la spontaneità». Ed in effetti, nonostante il notevole cast di comprimari (Dudu Pukwana, Danny Thompson, Dave Pegg tra gli altri) l'album appare a tratti legnoso, freddo. Beverley sembra zoppicare a disagio tra gli echi jazz del sax di Pukwana; ed il missaggio non fa che complicare le cose, bloccando l'energia sonora a monte di ogni sua possibile manifestazione, inseguendo malintesi fantasmi di raffinatezza. Parcels, Give Us A Ring filano ancora di diritto nell'antologia ideale di Martyn; ma la prova nel suo complesso lascia a desiderare. John sembra essere stato coinvolto suo malgrado nell'avventura, e il disagio provocato dalla lontananza di quella dimensione intima-melodica che aveva caratterizzato i primi lavori è quanto mai evidente.

Non a caso Bless The Weather, l'album successivo, è proprio un tentativo di rivisitare le terre di The Tumbler. Arrangiamenti più pieni e corposi, la diffidenza verso gli strumenti elettrici che si attenua e che permette un piccolo capolavoro come Glistening Glyndebourne, i primi embrionali tentativi di definizione di uno stile personalizzato pur nella sua sostanziale linearità strutturale. Head And Heart, che sarà portata al successo qualche anno più tardi dagli America, Bless The Weather, Let The Good Things Come sono in questo senso gli spunti più riusciti: anche se non è possibile sorvolare su una certa pigrizia espressiva che affiora tra le pieghe del suono, un gusto estetico abbastanza scontato che spinge a tratti verso il narcisismo, l'innamoramento dell'ovvietà armonica. Tecnicamente l'album pone comunque le basi di una ricerca sonora destinata a svilupparsi enormemente negli anni successivi: la possibilità di regalare nuovi contrasti cromatici ad una musica tendenzialmente soft, grazie ad un appropriato uso dell'elettricità. La lezione di Music From Big Pink, se vogliamo.

pictureA vestire i panni del capolavoro sarà comunque Solid Air, 1973: finita la tempestosa collaborazione con Joe Boyd, John lancia sul tappeto tutte le idee di una vita, melodie ed aneliti strumentali «diversi», la crescita stilistica che ne fa ormai un artista assolutamente completo. Ogni brano vive splendori inusitati, Over The Hill è il trionfo di una dimensione melodica tanto fluida e spontanea da lasciare incantati, Solid Air un collage irripetibile di emozioni dove la sfera onirica si compenetra intimamente con la realtà quotidiana, in un quadro pieno di colori sfumati in una nebbia ancestrale; l'd Rather Be The Devil fa mettere sull'attenti Tim Buckley, gli stumenti corrono in totale libertà, superati gli steccati obbligati del ritmo e delle armonie educate; Dreams By The Sea è una definizione lampante delle velleità jazzistiche che John si trascina dietro da anni, perfettamente misurata e stimolante; May You Never potrebbe essere il modeldo ideale dell'espressività voce-chitarra, oltre ogni ortodossa restrizione stilistica. Stupenda omogeneità, soprattutto. Il disco che scorre da un quadro all'altro senza lasciare il tempo di adagiarsi nella bellezza di una melodia, nell'intreccio vorticoso di una costruzione sonora: il registro dei toni usato con intuitiva lucidità, capace di abbracciare mille situazioni sensitive. Martyn dimostra proprio in questo il suo essere giunto ad un bivio; la necessità che preme sul suo cranio è quella di trascendere definitivamente la pur accattivante dimensione del cantautore tradizionale, con tutti i rischi di stereotipizzazione che una simile figura comporta. Anche per questo i suoi antichi legami con la tradizione folk ritornano a questo punto in auge: ricercare uno stimolo evolutivo nell'unica, solida base culturale a sua disposizione, da sempre.

Inside Out prende proprio le mosse da Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail, un traditional gaelico riportato a nuova vita da un arrangiamento elettrico che gli restituisce una sorta di dignità sacra, di incrollabile solidità di fronte allo scorrere troppo veloce del tempo; ma in tutto l'album l'elemento folk resta substrato essenziale, spesso diluito nella raffinata strutturazione dei brani, ma pur sempre funzionalizzato, con intelligenza e senso del nuovo, alle ambizioni sperimentali del protagonista. Inside Out fotografa un attimo di scoperta, un'eccezione necessaria nelle terre di un'elaborazione sonora capace di vivere tutti i crismi dell'originalità. La voce è riscoperta e distesa con solo apparente noncuranza tra i sussulti dei ritmi, stravolgendo con energia ogni precedente teorizzazione dimensionale: una voce in cui la singola parola viene inghiottita in un fluido cantilenante che le rende dignità di strumento. Manca forse la totale lucidità melodica dell'album precedente, e l'apporto dei Traffic (Winwood, Wood, Kabaka) appare spesso una nota spuria: ma l'anelito sperimentale resta appetibilissimo, soprattutto nei pezzi strumentali -Outside In e Beverley-; e nei quadri come Fine Lines, dove un'ossatura di stampo più convenzionale viene nobilitata da interventi ricchi di bellissima saggezza armonica. Anche nell'estrema varietà delle proposte, l'unitarietà del discorso sonoro si rivela in tutta la sua chiarezza: il dilemma acustico-elettrico è naturalmente scomparso, lasciando spazio ad una padronanza delle due dimensioni che lascia piacevolmente sorpresi.

Con Sunday's Child l'attenzione si sposta verso l'unica forma sonora che John era sempre sembrato restio ad affrontare, il rock. I suoi interventi à la hard in Root Love sono piccoli capolavori di equilibrio; le briglie del ritmo sciolto di One Day Without You si riappropriano in umiltà di una caratterizzazione dai toni grintosi ed amari, solo una piccola scossa al nostro midollo ma un'irresistibile fascino per la completezza del risultato sonoro. Coadiuvato da un Danny Thompson splendido come sempre, John riafferma la qualità e la direzione della sua ispirazione; echi di sole concretizzati in brevi passaggi strumentali, favole narrate con ingenua partecipazione; piccoli quadri intimi, caldi e risonanti tutta l'essenza della sua personalità.

John Martyn si è sempre tenuto alla larga dal divismo da avanspettacolo, ma senza pretendere per questa sua scelta -com'è di moda oggi- l'investitura a eroe underground, paladino di un'ipotetica diversità. La magia, lo splendido equilibrio del suo suono è invece proprio giocato su un'ineguagliabile capacità di colorare agli infrarossi ogni frammento del quotidiano, l'ansia di vivere un attimo di nuove percezioni ma soprattutto la quieta consapevolezza di una semplicità esistenziale davvero capace di gioia, pace interiore.

Il modo in cui Martyn ha saputo trasfigurare la rigidità formale del folk inglese -e a tratti anche di certo jazz- facendone un elemento vitale e dinamico, costantemente teso verso tracciati emotivi davvero insofferenti qualsiasi forma di staticità, è il risultato «tecnico» più appariscente che la sua personalità ci offre.

John Martyn spinto dalla sua casa discografica ad annunciare il consueto «ritiro dalle scene», e che solo dopo un mese ritorna di soppiatto nelle università scozzesi... John Martyn che stampa-invia per posta il suo ultimo disco, un fiore live per pochi innamorati... John Martyn, il più grande sottovalutato artista inglese degli ultimi dieci anni, si dice in questi casi. Le frasi fatte sono proprio sempre stracci inutili, svuotati del cuore, incapaci di raccontare la realtà?

logoJohn Martyn, forse, è solo un suggerimento per abbandonare la menopausa da ascolto che ci affligge (vi affligge?) in questi giorni gelidi. So try it now...

Marco Fumagalli

muffnote:
The issue of Gong ('Mensile di musica e cultura progressiva') had Albert Ayler on the cover and originally cost 800 Lire. Several spelling mistakes haven been corrected.