John Martyn | Ai Confini Del Folk

Manuel Insolera
Ciao 2001
John Martyn
Dopo tre anni di silenzio il chitarrista folk Brittannico torna con un album Grace & Danger in cui ripropone le sue linee di folk-rock. John Martyn è stato recentemente in Italia per una serie di concerti. L'intervista a Roma.
Ai confini del folk

Roma. In Italia, almeno fino ad oggi, il suo nome è stato seguito e apprezzato da una ristretta cerchia di 'iniziati'; eppure, in Inghilterra, musicisti e stampa specializzata lo considerano ormai un maestro del folk-rock. I suoi dieci album finora usciti (e che la sua casa discografica ha tutti recentemente ristampati nel nostro paese) sono affreschi delicatissimi, uno più bello dell'altro, per chi ama questo tipo di musica. Insomma, sarebbe ora che anche da noi questo personaggio schivo, intelligente e genialoide possa venir conosciuto e apprezzato per quel che veramente si merita. Per di più, poche settimane fa, Martyn è venuto in Italia per una breve tour1 (era già stato a suonare nella sola Milano circa due anni fa)2, in occasione dell'uscita del suo ultimissimo album Grace & Dancer.

Alla chitarra e al canto, accompagnato da Jeffrey Allen al basso e Alan Thomson alla batteria3, Martyn ha presentato in concerto materiale vecchio e nuovo, con arrangiamenti che talvolta si discostavano ampiamente dalla sua collaudata maniera folk-jazz-rock. E questo perché lui stesso, specie in questi ultimi tempi, rifiuta sempre più apertamente di essere etichettato (e di fare etichettare la sua musica) secondo definizioni e contorni precostituiti. E l'ascolto dell'ultimo album conferma in parte questa determinazione.

IL MENESTRELLO DI GLASGOW
photoJohn Martyn è nato e cresciuto a Glasgow, in Scozia. Giunto a Londra verso la metà degli anni Sessanta, comincia a farsi le ossa esibendosi nel giro dei folk-clubs. È proprio quello il periodo in cui molti giovani musicisti folk inglesi, seguendo l'esempio dell'americano Bob Dylan, rompono con la tradizione folk 'purista' per aprirsi al jazz (Pentangle) e ai climi elettrificati del rock (Fairport Convention e poi anni dopo Steeleye Span).

Il primo album di Martyn (che nel frattempo ha firmato un contratto con la giovane etichetta Island, molto aperta verso i giovani ambienti folk) è del 1968: si intitola London Conversation, e non si discosta molto dai climi del folk acustico tradizionale. Ma già con il secondo The Tumbler, Martyn comincia a precisare i contorni di una autonoma personalità artistica: accanto agli strumenti tradizionali spuntano i fiati, e le atmosfere cominciano a dilatarsi. La vera svolta giunge nel 1970, con il LP Stormbringer: è un album di vero e proprio folk-rock elettrico, e Martyn è andato a registrarlo negli Stati Uniti, non a caso con la Band (che già era stata accanto a Dylan tra il 1965 e il 1967, proprio al momento della sua clamorosa svolta elettrica). A Stormbringer aveva collaborato anche la moglie di Martyn, Beverley, che compare anche nel seguente Road To Ruin. Ma la loro separazione nella vita segna anche la loro separazione artistica.4

Nel 1971 compare il primo vero autonomo e compiuto capolavoro di Martyn: si tratta di Bless The Weather, un album dove folk-rock e jazz si incontrano in maniera affascinante e personalissima: e non a caso, si stringe da questo momento il patto di collaborazione (destinato a durare oltre un lustro) con l'eccezionale Danny Thompson, già bassista dei grandi Pentangle. È di quel periodo anche l'amicizia e la collaborazione con Nick Drake, il giovane geniale musicista folk-pop, destinato di li a poco a morire tragicamente (probabilmente suicida). I tre album seguenti (Solid Air, Inside Out e Sunday's Child), che escono tra il '73 e il '75, proseguono splendidamente la linea abbracciata con Bless The Weather, il feeling si fa sempre più personale e intenso, arricchendosi di calde venature bluesistiche.

Nel 1976, poiché la Island si rifiuta di fare uscire un suo album dal vivo, Martyn decide di distribuirselo da solo, e lo spedisce per posta a chiunque gli invii tre sterline al suo indirizzo privato (oggi questo LP è rarissimo e molto ricercato dai conoscitori). L'anno seguente esce One World, il suo album musicalmente più aperto, marcato dall'influenza del reggae e dall'uso del sintetizzatore. Da quel momento passano tre anni di silenzio (rotti soltanto dalla pubblicazione dell'antologia So Far So Good), ai quali oggi l'artista ha posto termine con la pubblicazione del nuovissimo Grace & Danger e con una nuova voglia di muoversi, di suonare, di lavorare, di creare. Di tutto questo, e di altro ancora, abbiamo appunto parlato con lui la mattina dopo il suo recente concerto romano. 5

INCONTRO CON JOHN
[Domanda]: Il folk della tua terra di origine, la Scozia, ti ha particolarmente influenzato?
[Risposta].: Poiché tutta la mia famiglia (mio padre, mia madre, i miei nonni) suonava e lavorava negli ambienti della musica popolare, è evidente che tutto ciò ha finito con l'influenzarmi. Se fossi nato nel Galles, ad esempio, sarebbe stata la stessa cosa, suppongo.
D.: Nella polemica tra puristi e innovatori del folk inglese, tu da che parte ti schierasti, alla fine degli anni Sessanta?
R.: Sono rimasto, all'epoca, a metà strada tre le due tendenze. Secondo me, il purismo assoluto tende a identificarsi con il conservatorismo, e in definitiva con una forma di fascismo. Io trovavo e trovo giustissimo che non si debba rinnegare il retaggio del passato; quello che non mi stava bene è che quei signori, i puristi, pretendevano che si dovesse, che tutti fossero obbligati a suonare per sempre secondo gli schemi del passato. E questo è assurdo.
D.: Perché il folk-rock inglese (quello dei Pentangle, dei Fairport Convention, degli Steeleye Span), dopo i primi successi, non ha resistito, e questi gruppi-pilota si sono sciolti?
R.: Non certo a causa del disinteresse del pubblico inglese, che ha sempre seguito questa musica: ma probabilmente a causa di divergenze tra i membri dei gruppi.
D.: Perché andasti in Usa ad incidere Stormbringer? E perché proprio con la Band?
R.: Andai negli Usa perché non ero soddisfatto delle sezioni ritmiche inglesi, che erano la brutta copia di quelle americane. L'incontro con la Band è avvenuto perché sia loro che io, in quel periodo, abitavamo vicini, nella zona di Woodstock. Sono stati davvero deliziosi, e stato un piacere lavorare con loro.
D.: Perché con Bless The Weather apristi al jazz e al blues?
R.: Perché cominciai a lavorare in un modo nuovo, più aperto: prima componevo la canzone, poi pensavo all'arrangiamento più adatto, senza più curarmi dei limiti, delle etichette.
D.: Di album in album, la tua musica si è fatta sempre più personale, non puo più semplicemente essere definita folk. Tu come la definiresti?
R.: In nessun modo: it's only music!
D.: Cosa pensi di musicisti di folk inglese come Ian Matthews o Al Stewart, che hanna aperto a climi pop?
R.: Che cosa non si e costretti a fare, per campare!
D.: I tuoi programmi attuali?
R.: Entro marzo, vorrei incidere il nuovo album6, con l'aiuto di Phil Collins dei Genesis, che già compare nel mio ultimo Grace & Danger. Poi faro una tournée negli Usa e in Giappone. Infine vorrei realizzare un LP un po' diverso dal solito: solo strumentale, di musica industriale, moderna, elettronica:7 una musica delle macchine, ma manovrata e controllata dall'elemento umano, dal mio cuore: perché se non c'è il cuore, non c'è musica...
D.: Molti musicisti e diversi critici ti considerano un maestro: che effetto ti fa?
R.: Ebbene, ne sono molto lusingato!

GRACE & DANCER
L'ultimo album di John Martyn, che esce in questi giorni dopo circa tre anni di silenzio, si avvale dell'apporto alla batteria e ai cori di Phil Collins dei Genesis, al basso di John Giblin, alle tastiere elettriche e elettroniche di Tommy Eyre, mentre John come sempre assicura le parti vocali e chitarristiche. Proprio la sua voce, calda e ipnotica alla maniera dell'amico Nick Drake, è diventata di una flessibilità e di una espressività veramente sconcertanti: e questa voce intesse arabeschi in chiave folk, rock, blues, jazz, pop, in una sintesi raffinata ed elegante, spesso elettrica, nella quale un ruolo chiave assumono le chitarre e l'uso (moderato ma sempre presente) del sintetizzatore.

Nove i brani, tra i quali si distinguano subito, al primo ascolto, gioiellini poliespressivi come la liquida, complessa e jazzata Lookin' On, i grintosissimi folk-pop-rock-blues Grace And Danger e soprattutto Johnny Too Bad, la strana Save Some, un pop-blues dal fratturato ritmo elettronico/orientale, e infine ancora Some People Are Crazy, lenta, sognante e ipnotica nella linea piu tradizionale del musicista. Un musicista che, dopo dodici anni di attività, mostra di essere ancora nel pieno delle sue potenzialità creative.

Manuel Insolera


TRANSLATION

John Martyn
After three years of silence the British folk guitarist returns with an album Grace & Danger in which he redraws his lines of folk-rock. John Martyn recently visited Italy for a series of concerts. The interview in Rome.
At the edges of folk

Rome. In Italy, at least until today, his name has been followed and appreciated by a limited number of 'initiates', and yet, in England, musicians and the press consider him a master of folk-rock. His ten albums released so far (and that his record company all recently reprinted in our country) are the most delicate frescoes, each one more beautiful than the other, for those who love this kind of music. In short, it's time that also here this shy, smart and eccentric genius can be known and appreciated for what he really deserves. In addition, a few weeks ago, Martyn came to Italy for a short tour1 (he already was here to play solo in Milan about two years ago)2, in occasion of the release of his latest album Grace & Dancer.

On guitar and singing, accompanied by Jeffrey Allen on bass and Alan Thomson on drums3, Martyn presented in concert old and new material, with arrangements that sometimes differed greatly from his proven kind of folk-jazz-rock. This is because he himself, especially in recent times, more and more openly refuses to be labeled (and his music to be labeled) according to preconceived definitions and boundaries. And listening to the latest album confirms this determination.

THE GLASGOW MINSTREL
photoJohn Martyn was born and raised in Glasgow, Scotland. Arriving in London in the mid-sixties, he began to gain experience in performing in folk clubs. It is just the period in which many young British folk musicians, following the example of the American Bob Dylan, break with the tradition of 'purist' folk to open up to jazz (Pentangle) and electrified rock circles (Fairport Convention and years later, Steeleye Span).

The first album from Martyn (who in the meantime has signed a contract with the young Island label, very open to young folk circles) is from 1968: it is called London Conversation, and doesn't move far away from traditional acoustic folk. But already with the second The Tumbler, Martyn began to flesh out an independent artistic personality: in addition to traditional instruments, flutes arise, and the atmosphere begins to expand. The real breakthrough came in 1970 with the LP Stormbringer: it is an album of real electric folk-rock, and Martyn went to record it in the United States, not surprisingly with the Band (which had already accompanied Dylan between 1965 and 1967, precisely at the time of his sensational turn to electric). The wife of Martyn, Beverley, also contributed to Stormbringer, and she also appears on the following Road To Ruin. But their separation in life also marks their artistical separation.4

In 1971 appeared the first true and self-made masterpiece of Martyn: it's Bless The Weather, an album where folk-rock and jazz come together in a fascinating and highly personal way: it is no coincidence that from this moment on the pact of cooperation (intended to last for more than five years) tightens with the exceptional Danny Thompson, former bassist of the great Pentangle. That period also sees the friendship and collaboration with Nick Drake, the young musical folk-pop genius, destined to tragically die a little later (probably suicide). The three following albums (Solid Air, Inside Out and Sunday's Child), coming out between '73 and '75, beautifully continue the line embraced with Bless The Weather, the feeling becoming more personal and intense, enriching warm bluesy veins.

In 1976, as Island refuses to release a live album, Martyn decides to distribute one by himself, and send it by mail to anyone who sends three pounds to his home address (today, this LP is very rare and highly sought after by connoisseurs). The following year One World comes out, musically his most open album, marked by the influence of reggae and the use of the synthesizer. From that moment pass three years of silence (broken only by the publication of the anthology So Far So Good), to which the artist has now put an end with the publication of the new Grace & Danger and a new willingness to move, to play, to work, to create. About all this, and much more, we just talked with him the morning after his recent concert in Rome.5

A MEETING WITH JOHN
[Question]: The folk of your homeland, Scotland, has it particularly influenced you?
[Answer]: Since all my family (my father, my mother, my grandparents) played and worked in the sphere of popular music, it is evident that everything has come to influence me. If I was born in Wales for example, it would have been the same thing, I suppose.
Q: In the debate between purists and innovators of the English folk, whose side would you choose in the late sixties?
A: At the time I was halfway between the two trends. To me, absolute purity tends to identify itself with conservatism, and ultimately with a form of fascism. I found and find it quite justified that we should not deny the legacy of the past; what does not seem right to me it is that those gentlemen, the purists, claimed that it, that we all were obliged to play forever in the ways of the past. And this is absurd.
Q: Why has the English folk-rock (of the Pentangle, of Fairport Convention, of Steeleye Span), after the first successes, not endured, and are these pilot-groups dissolved?
A: Certainly not because of disinterest of the British public, which has always followed this music: but probably because of differences between group members.
Q: Why did you go to the U.S. to cut Stormbringer? And just why with The Band?
A: I went to the U.S. because I was not satisfied with the English rhythm sections, which were bad copies of American ones. The meeting with The Band took place because both they and I, at that time, lived nearby in the Woodstock area. They were really great, it was a pleasure working with them.
Q: Why with Bless The Weather did you take to jazz and blues?
A: Because I started working in a new way, more open: at first I composed the song, then I thought it better suited to do the arrangement, without being bothered by limits, by labels.
Q: From album to album, your music has become increasingly personal, it cannot simply be described as folk any more. How would you define it?
A: By no means: it's only music!
Q: What do you think of English folk musicians such as Ian Matthews and Al Stewart, who turned to the pop realm?
A: What are you not forced to do for a living!
Q: Your current plans?
A: By March, I want to record the new album6, with the help of Phil Collins of Genesis, who already appears on my last Grace & Danger. Then I am going to do a tour in the U.S. and in Japan. Finally I would like to make an album a little different from the usual: only instrumental, industrial music, with modern electronics:7 music from machines, but operated and controlled by the human element, by my heart, because if there is no heart, there is no music...
Q: Many different musicians and critics consider you a master: how does that affect you?
A: Well, I'm very flattered by it!

GRACE & DANGER
John Martyn's latest album, released these days after about three years of silence, benefits from the contributions of Phil Collins from Genesis on drums and backing vocals, of John Giblin on bass, of Tommy Eyre on electric and electronic keyboards, while John as always provides the vocals and the guitar parts. His very voice, warm and hypnotic in the way of his friend Nick Drake, has become of a flexibility and expressiveness truly disconcerting: and this voice interweaves arabesques in the key of folk, rock, blues, jazz, pop, into a refined and elegant synthesis, often electric, wherein the guitars play a key role and the use (moderate but always present) of the synthesizer.

Nine pieces, among which stand out immediately, at first listen, polyexpressive gems such as the liquid, complex and jazzy Lookin' On, the very gritty folk-pop-rock-blues Grace And Danger and above all Johnny Too Bad, the strange Save Some, a pop-blues with a broken electronic/oriental rhythm, and finally still Some People Are Crazy; slow, dreamy and hypnotic in the more traditional vein of the musician. A musician who, after twelve years of activity, proves to be still on top of his creative potential.

Manuel Insolera

Translation: Hans van den Berk


mufnotes:
1 This was the ten date tour starting 21 November 1980.
2 The concert took place 14 May 1979 at the Teatro Di Porta Romana. A tape of it was eventually released as Live in Milan 1979.
3 Put that the other way around.
4 The divorce was much later in fact, in the course of 1979.
5 This means the interview took place Friday 28 November 1980, just before John took off to Naples.
6 John is referring to Glorious Fool, which was released September 1981.
7 This idea did not materialize but John did play experimental sessions with John Stevens' Away halfway December 1981 (Released on A Luta Continua).

This issue of Ciao 2001 had Blondie on the cover.